Dea madre / Grande madre.

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Teoria molto dibattuta che ipotizza che in alcune culture sia esistito un culto della dea primordiale presente (in moltissime varianti) sin dalla preistoria in un range estremamente ampio di culture anche molto distanti tra loro sia fisicamente che culturalmente. La teoria della dea madre la descrive come forza creatrice, simbolo di creatività, nascita, sessualità, fertilità, nutrimento e abbondanza, e si incarna in moltissime forme (Ashtoreth per i fenici, Ishtar in Mesopotamia, Astarte dai semiti, Hathor per gli egizi, Afrodite per i greci, Cibele per i romani, Pachamama per gli andini, Kunapipi per gli aborigeni australiani ecc.), e in generale secondo questa teoria tutte le popolazioni del mondo avrebbero attribuito un significato divino alla maternità. La relazione con la terra e con i suoi cicli è fondativa di questo tipo di culto, che rimanda appunto al ciclo nascita – sviluppo – maturità – morte – rigenerazione, rimandando sia alla vita umana, sia alla vita della terra, sia alla natura che al cosmo. La fertilità, tramite varie forme, è tra i più antichi culti religiosi coltivati dall’umanità ed è spesso correlata a simboli quali acqua (vita, fluire del tempo), serpenti, uva o vino, spighe di grano (rigenerazione, rinascita) e correlazioni con la Luna (per via dell’importanza della Luna nei cicli agricoli), sancendo la correlazione tra il culto della dea madre e la crescita delle civiltà contadine tramite una concezione matriarcale di queste civiltà. Secondo la psicoterapeuta Marina Valcarenghi il passaggio dalla predominanza di divinità femminili a quella delle divinità maschili, con conseguente obliterazione del potere generativo delle dee e di conseguenza delle donne, sarebbe il frutto di un passaggio di potere e delle necessità di società legate alle grandi città e alla necessità di costruzione di una rigida gerarchia di potere. In molte culture si verifica un’analogia tra un principio maschile (il cielo) e un principio femminile (la terra) e càpita che alcune divinità maschili siano rappresentate in maniera androgina o ermafrodita, proprio per significare la commistione tra questi elementi. Con il tempo la dimensione degli dei del cielo ha soppiantato la simbologia legata alle dee della terra; le religioni legate alla dea madre sono state quindi marginalizzate oppure modificate radicalmente (come nel caso di Maria Vergine, trasfigurata al punto che il suo principale attributo è appunto la verginità, disgiunta quindi da un’idea della fertilità della terra legata alla riproduzione e ai cicli della natura).

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