Diversity editor.

Adotta

Figura professionale e, in alcuni contesti, ruolo redazionale nato nel giornalismo anglosassone come risposta alla necessità di correggere bias sistemici nei media e garantire una rappresentazione equa dei gruppi storicamente sottorappresentati. Ha iniziato ad affermarsi negli anni Duemila, parallelamente all’introduzione in alcune grandi redazioni di incarichi come gender editorrace and ethnicity editor o inclusion editor. Nel 2017, ad esempio, il New York Times ha nominato la prima gender editor, mentre testate come la BBC e il Guardian hanno introdotto incarichi con titoli diversi ma funzioni affini. Oggi questa funzione è presente anche in alcune testate europee e italiane, con il compito di vigilare sui contenuti, orientare le scelte redazionali e promuovere politiche inclusive (inclusione, affirmative action). L’incarico opera in modo sia preventivo sia correttivo: partecipa alla pianificazione dei contenuti per evitare stereotipi prima della pubblicazione, interviene nella revisione di titoli e testi, cura la formazione delle redazioni e dialoga con direzioni e uffici aziendali. Un aspetto centrale è anche il ruolo di garante del lettorato, che raccoglie segnalazioni e feedback dal pubblico e li traduce in consapevolezza collettiva all’interno del giornale. Le aree di intervento riguardano genere, orientamento sessuale, identità di genere, etnia, disabilità, età, religione e altre caratteristiche ancora oggi oggetto di discriminazione. Non si tratta di una funzione di censura. È invece uno strumento che favorisce responsabilità, accuratezza e rispetto della dignità di tutte e tutti, rafforzando fiducia e credibilità dell’informazione, in coerenza con i princìpi del diritto all’informazione e con le norme deontologiche della professione giornalistica.

FIRMA: Pasquale Quaranta, diversity editor
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