Femminicidio.

Adottato da Nathalie Passerino per Your Event Group srl (YEG!)

Categoria concettuale usata per la prima volta nel 1997 dalla studiosa femminista messicana Marcela Lagarde, che adotta il termine femminicidio in aggiunta a femmicidio (cioè uccisione di donne in quanto donne) per nominare una situazione più ampia e pervasiva di violenza patriarcale verso le donne che può culminare o meno con l’eliminazione fisica della donna, ma in ogni caso è tale da provocare l’annientamento fisico o psicologico, riducendo le vittime a living dead, morte viventi. Il femminicidio è l’esito di una serie di violenze e atteggiamenti e comportamenti lesivi dei diritti fondamentali delle donne. Secondo Lagarde «l’organizzazione sociale è tale che la violenza forma parte delle relazioni parentali, di lavoro, educative, in generale delle relazioni sociali. La cultura in mille modi rafforza la concezione per cui la violenza è un qualcosa di naturale, attraverso una proiezione permanente di immagini, dossier, spiegazioni che legittimano la violenza; siamo davanti a una violenza illegale ma legittima, questo è uno dei punti chiave del femminicidio» (Marcela Lagarde, Conferenza a Oviedo, 2006, riportata in Barbara Spinelli, Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale). Dopo anni di impegno da parte delle studiose femministe dovuto alle molte reticenze iniziali, il termine è entrato nell’uso comune (anche nei media), ma nell’accezione prevalente di uccisione di una donna in quanto donna, intendendo quindi l’eliminazione fisica della persona. Il femminicidio è dunque il punto estremo della violenza diffusa di genere che assume molte forme: maltrattamenti, minacce, violenza fisica, violenza economica, violenza psicologica, violenza istituzionale, violenza medica / ostetrica, violenza sessuale, educativa, tipi di violenza che spesso avvengono nella sostanziale impunità e indifferenza da parte della società, organizzati in una vera e propria piramide della violenza (cfr. anche  spirale della violenza). Contrariamente alla narrazione prevalente da parte dei media (più volte criticata dalle associazioni femministe e dai centri antiviolenza), il femminicidio non è il risultato di un “raptus”, ma è un atto per lo più premeditato e prevedibile (spesso a seguito di numerosi  reati spia indici di un aggravamento della violenza) che rappresenta una manifestazione di  controllo, possesso e superiorità. «I pretesti dello scoppio d’ira e dell’infermità mentale sono usati con frequenza dai legali degli assassini di donne. Nonostante una ricerca dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca (condotta su 20 sentenze di condanna tra il 2011 e il 2016, in diverse parti d’Italia) dimostri che in genere i femminicidi sono “l’esito di una lucida e irrevocabile programmazione pianificata nel tempo” [Paola De Nicola], metà delle assoluzioni è dovuta al riconoscimento dell’incapacità di intendere e volere» (Stefania Prandi, Le conseguenze. I femminicidi e lo sguardo di chi resta). Il modus operandi è sostanzialmente simile tra un caso e l’altro, e consiste nel tentativo di controllo e svilimento della vittima attraverso varie forme di violenza che culminano in un omicidio spesso premeditato (cfr. anche mappa della coercizione di Biderman). Il fenomeno è globale e in Italia è molto radicato (si commette in media un femminicidio ogni 3 giorni). Il femminicidio è agito in grandissima parte all’interno delle mura domestiche da parte di figure maschili prossime alla vittima (genitori, fratelli o altri parenti, mariti, ex compagni ecc.) Talvolta il femminicidio comprende l’uccisione dei figli e delle figlie, e molto spesso questi assistono alla violenza e all’uccisione, così come alla violenza perpetrata nei confronti della madre prima dell’uccisione: è la cosiddetta  violenza assistita, che genera traumi con conseguenze a lungo termine nella prole e in tutta la famiglia. I figli e le figlie vittime di violenza assistita subiscono danni paragonabili a quelli derivanti da un abuso diretto, con ripercussioni significative sulle loro future relazioni, ma anche sul loro sviluppo fisico, cognitivo e comportamentale. Lo stress intenso a cui sono sottoposti può influenzare negativamente la loro autostima e generare sentimenti di colpa, di paura continua, tristezza e  rabbia, alimentate dal senso di impotenza e dall’incapacità di reagire, nonché a sintomi di ansia, impulsività, alienazione e difficoltà di concentrazione, depressione, disturbi del sonno e  disturbi del comportamento alimentare (dca), e, nei casi più gravi, tendenze suicidarie. Nei casi di femminicidio, l’impatto psicologico è ancora maggiore a causa delle ripercussioni profonde che coinvolgono ogni aspetto della vita e delle relazioni dei/delle minori, inclusi gli adulti di riferimento a cui vengono affidati/e, di solito familiari delle vittime. La criminologa Anna Costanza Baldry ha coniato la locuzione orfani speciali per gli orfani di femminicidio, dei quali manca un registro ufficiale, con tutto ciò che questo comporta rispetto al supporto che sarebbe dovuto da parte dello Stato (cfr. anche  violenza vicaria). «Scriveva Baldry: “Con il femminicidio vengono meno tutti i parametri di normalità di ‘perdita’ di un genitore”. Non avere più la madre perché l’ha uccisa il proprio padre è il trauma nel trauma. Ci sono ricordi fissati nella memoria dei primi anni di vita che riemergono come lampi uditivi, tattili e visivi. Si stima che 427mila minori, in 5 anni, in Italia, abbiano vissuto la violenza sulle madri tra le mura di casa» (Stefania Prandi, Le conseguenze. I femminicidi e lo sguardo di chi resta). Una volta adulte, le persone che hanno assistito alla violenza possono replicare con maggiori probabilità modelli violenti (soprattutto uomini) o di subalternità (soprattutto donne) interiorizzati, generando quella che viene chiamata trasmissione intergenerazionale della violenza. Il femminicidio spesso comporta la colpevolizzazione della vittima e la vittimizzazione secondaria, per cui le persone vittime di violenza hanno difficoltà a essere credute o vengono giudicate post mortem per via della cultura dello stupro e della legittimazione della mascolinità tossica che le considera responsabili di aver provocato la violenza. Per calcolare la pervasività di questo fenomeno, al conto dei femminicidi di donne e bambine andrebbero aggiunti i decessi legati a suicidi, incidenti, figlicidi, sofferenze fisiche e psicologiche dovute alla pressione misogina della società e all’assenza di una rete di supporto. È un intero sistema culturale, educativo, sociale, politico ed economico che mantiene le donne in una posizione subalterna attraverso anche il processo di deumanizzazione. Il femminicidio è dunque l’espressione estrema della volontà di potere e di controllo sulla donna, fondata sulla misoginia sociale che viene interiorizzata e per cui, di conseguenza, il dominio anche violento sulla donna viene ritenuto un diritto. Già nel 1961, in un articolo su un caso di cronaca nera dal titolo Mia per sempre, Gianni Rodari indagava le ragioni sociali e culturali profonde di questo tipo di delitto e la loro connessione con l’idea della proprietà: «Con questa frase viene spietatamente alla luce una concezione negativa dell’amore, visto solo come un possesso esclusivo, sentito come un prepotente diritto. […] “ormai il mio scopo l’avevo ottenuto: Dina non sarà di nessun altro”. […] nella stessa mente [dell’assassino] ha trovato il terreno preparato da una concezione dell’amore ancora più diffusa che non sembri: dell’amore come possesso totale, esclusivo, tirannico. E a questa concezione è strettamente legata l’altra, della donna come oggetto di conquista, preda senza personalità, strumento senza diritti: se “disubbidisce” puoi punirla [disobbedienza], se non ti accetta più per padrone devi ucciderla. “Ora è mia per sempre” è una di quelle frasi che anche la gente comune, e la più pacifica, comprende benissimo, perché è solo la forma esasperata di una mentalità che si accetta come normale. […] nella stragrande maggioranza dei casi i delitti d’onore e i delitti passionali sono legati a un blocco di idee in cui entrano, in dosi diverse: l’idea che la proprietà sia la cosa più sacra, l’idea che dove si forma una coppia ivi la natura elegga anche un “capo”, nell’uomo […]. Attraverso numerose sfumature, continua a vivere l’idea che la donna non abbia diritto a una personalità altrettanto completa di quella maschile, a un uguale grado di libertà, di responsabilità individuale. […] È ancora ben poco popolare da noi l’idea che l’unione di due personalità ugualmente ricche, ugualmente responsabili, ugualmente tenute alla tolleranza, senza gerarchie interne, benché più difficoltosa, sia infinitamente superiore sotto ogni punto di vista, a cominciare da quello morale, al matrimonio in cui l’uomo è proprietario di una donna come di un mobile, o tutt’al più il suo protettore» (Gianni Rodari, Mia per sempre). Se la donna è vista come una proprietà (cfr. autorità, capofamiglia), questo significa che provare gelosia e timore che questo oggetto venga “posseduto” da qualcun altro diventa lecito. Da questa mentalità discendono p. es. l’importanza della  verginità (la donna oggetto deve essere “nuova”, mai posseduta da nessuno), la gravità dell’  adulterio (qualcuno ha usato illecitamente quell’oggetto di mia proprietà), che ha portato fino al cosiddetto delitto d’onore (abolito nel 1981 in Italia, ma che miete ancora circa 5000 donne all’anno nel mondo, specie in Asia e in alcune aree del Medioriente) e al  ripudio, anche nel caso in cui la donna fosse stata stuprata e quindi l’“adulterio” non fosse frutto della sua volontà (con conseguente colpevolizzazione della vittima); la stessa cultura che tollera il femminicidio è l’alveo per l’ aborto selettivo e per femminicidi legati a una  dote ritenuta insufficiente (morte per dote). Non ultimo, il femminicidio può essere compiuto nei confronti di donne che gli aggressori non conoscono o conoscono poco (p. es. le sex worker, che sono più esposte per ragioni professionali), e spesso aggrediscono sessualmente la vittima prima di ucciderla. A questo proposito si tenga presente che, nonostante la vulgata e una parte della comunicazione diffusa dai media, l’uccisione di donne sconosciute costituisce solo una minoranza dei femminicidi, i quali invece sono agiti in ampia maggioranza da uomini che le donne conoscono bene e con cui spesso hanno o hanno intrattenuto relazioni affettive (cfr. mostro, raptus). Inoltre i femminicidi delle sex worker sono spesso considerati una sorta di effetto collaterale della professione, un “rischio del mestiere” (quando non si arriva all’idea che chi svolge questa professione sia andata a  cercarsela; cfr. anche slut shaming), per cui, quando si verificano, questi crimini vengono raccontati dai media in maniera superficiale, minimizzando i fatti o colpevolizzando la vittima (cfr. anche vittima ideale) e non di rado trovando giustificazioni per la violenza ( himpathy). Questa cultura del possesso è recepita anche dalle persone giovani, come dimostra lo studio Le ragazze stanno bene, pubblicato nel 2024 da Save the Children, da cui emerge che secondo molti adolescenti la gelosia è ritenuta un segno d’amore (30%), è lecito vietare al/alla partner di frequentare delle persone (26%), la geolocalizzazione del/della partner e la condivisione delle password dei social network sono lecite (20% e 21%) e uno schiaffo ogni tanto è considerato scusabile (17%); il 36% ritiene che in una relazione sia scontato che il/la partner debba sempre essere disponibile ad avere un rapporto sessuale, mentre il 43% ritiene che se davvero una donna non desidera un rapporto sessuale possa sottrarvisi, sollevando ancora una volta il tema del  consenso e della colpevolizzazione della vittima.

I DATI DEL FEMMINICIDIO NEL MONDO. Secondo i dati del 2023 di unodc (United Nations Office on Drugs and Crime) nel mondo le donne vittime di femminicidio sono intorno alle 85mila all’anno, e oltre un terzo di queste vengono uccise dal partner (oltre 51mila, cioè 140 donne al giorno). Il maggior numero di femminicidi avviene in Asia (almeno 20mila casi), poi Africa (19mila), Americhe (8mila), Europa (3mila) e Oceania (300). Se da questo insieme si estrapolano le donne che rischiano di essere uccise dal partner o componenti della famiglia, è l’Africa a essere al primo posto in classifica. In molti Paesi (tra cui l’Italia) alla riduzione del numero di uccisione di persone in generale non corrisponde una diminuzione dei femminicidi, il cui numero rimane costante. In proporzione, la percentuale di questo tipo di reato nell’ambito dei crimini violenti risulta in crescita (passando dal 10% nel 2024 al 23% nel 2021, fonte You trend su dati istat), fatto forse dovuto alla mancanza di misure di prevenzione adeguate che possano affiancare le misure repressive a fatto avvenuto.

I FEMMINICIDI IN ITALIA. Secondo l’eures, dal 2000 al 2023 in Italia più di 3000 donne sono state vittime di femminicidio, e come in altri Paesi il numero è stabile o in crescita a seconda degli anni, a fronte di un numero complessivo di omicidi più che dimezzato. Il Ministero dell’interno riporta che il 48% dei femminicidi è compiuto dal partner, l’8% dall’ex, il 25% da un altro componente della famiglia, per un complessivo 81%: quindi solo il 19% dei femminicidi è compiuto da sconosciuti o da persone con cui si ha una relazione superficiale. Nel nord Italia si verificano più femminicidi che al sud: nel 2018 il triste primato lo vanta la Lombardia, seguito da Campania e dal Piemonte al terzo posto.

FEMMINICIDIO E CORONAVIRUS. La pandemia da Covid-19, con i conseguenti lockdown, ha fatto sì che le donne tendessero con maggiore frequenza a rimanere in casa, e questo ha generato un aumento dei femminicidi perché le donne hanno avuto meno occasioni per stare lontane dai loro abuser e non hanno potuto contare su una rete relazionale di supporto; nel 2020 le donne hanno chiamato il 1522 (numero antiviolenza) più del doppio delle volte rispetto all’anno precedente, e secondo l’istat tra marzo e giugno le richieste di intervento sono quintuplicate. La pandemia ha reso più difficile l’intervento da parte di forze dell’ordine e dei servizi di soccorso sanitario; la stessa possibilità di chiedere aiuto per telefono o online è stata ostacolata dalla presenza continua del partner abusante. Durante la pandemia è aumentata anche la violenza informatica nei confronti delle donne, a fronte di un maggior uso di Internet e di piattaforme per videoconferenze ecc. Questo ha generato molestie sessuali virtuali, cyberstalking,  zoombombing e altre forme di violenza, con il risultato che le donne hanno ridotto la loro presenza online, generando un danno per loro stesse (dato che l’accesso a Internet è fondamentale come strumento per migliorare la propria qualità della vita tramite l’accesso a informazioni e servizi) e in termini più ampi anche per l’infosfera (cioè per l’insieme delle informazioni condivise su Internet), che risulta molto sbilanciata in termini di genere.

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