Inclusione.

Adottato da Sargomma S.r.l. Società Benefit

Il termine fa riferimento all’idea che un elemento o un gruppo venga inserito all’interno di un altro. Quando si parla di inclusione sociale si fa riferimento all’idea che una persona o un gruppo debba sentirsi accolto all’interno di un altro, appartenervi, godere di tutti i diritti civili e avere accesso a tutte le opportunità che la società mette a disposizione. L’inclusione si rende necessaria quando alcuni gruppi sono discriminati, esclusi in ragione della loro diversità (vera o presunta) rispetto al gruppo di riferimento, p. es. per ragioni di genere, etnia, confessione religiosa, disabilità, retroterra culturale, censo ecc.: l’obiettivo dell’inclusione non è costringere il gruppo discriminato a cambiare la propria identità per diventare uguale al gruppo in cui questo va inserito; anzi, il vero senso della valorizzazione della diversità / diversity nelle politiche di inclusione consiste proprio nell’accogliere e far coesistere punti di vista differenti, esigenze diverse, rispettando e valorizzando le peculiarità identitarie di ciascuno ed eliminando la discriminazione sociale, che può verificarsi in diversi contesti: sociale, politico, lavorativo ecc. Alcuni gruppi storicamente sono più esclusi di altri per ragioni legate ai pregiudizi, agli stereotipi (di genere ma anche di altro tipo), a razzismo, misoginia, abilismo e altre forme di aggressività sociale finalizzata al mantenimento di una gerarchia di potere fondata sulla discriminazione. INCLUSIONE ED ESCLUSIONE SOCIALE E RICADUTE ECONOMICHE. Così come l’inclusione è l’accoglienza all’interno di un gruppo, l’esclusione sociale è il suo opposto, cioè è l’impossibilità di far parte di una data comunità per varie ragioni; una delle più frequenti è la mancanza di risorse: questa deprivazione genera difficoltà di accesso all’istruzione, al lavoro (o a lavoro meglio retribuito), all’assistenza sanitaria, alla partecipazione alla vita politica e civile e all’esercizio dei propri diritti. La fame e la povertà generano marginalizzazione e invisibilizzazione, isolamento, solitudine, precarietà, mancanza di autostima, disgregazione dei legami con la propria comunità di riferimento, aumentando anche il rischio di abusi. L’inclusione tuttavia non riguarda “solo” la giustizia sociale: l’esclusione e la mancanza di accesso ai servizi e ai diritti e la discriminazione sul lavoro sono problemi che hanno enormi ricadute economiche. L’ esclusione sociale genera povertà e in Europa, secondo eurostat, nel 2023 il il 21,4% della popolazione era a rischio di esclusione sociale e conseguente povertà. Le categorie più svantaggiate sono i minori, gli anziani, le donne, le persone senza fissa dimora, le persone con disabilità, le persone migranti (cfr. femminilizzazione dei flussi migratori, tratta di esseri umani), le famiglie monogenitoriali o viceversa le famiglie numerose, le persone che sono state in carcere (carcere femminile) o che hanno delle dipendenze e persino un certo numero di persone che hanno un lavoro (il 9%). In Italia sempre secondo l’eurostat le persone a rischio di marginalizzazione a causa delle difficoltà economiche sono il 22,8% della popolazione, ovvero 13,4 milioni di individui (dati 2024). La situazione secondo la Caritas è peggiorata in seguito alla pandemia da Covid-19, tanto che i cosiddetti “nuovi poveri” sono aumentati considerevolmente. Nei Paesi a basso reddito i diritti umani sono ancora meno garantiti e in molte nazioni anche gruppi numerosi (come le donne) non sono inclusi negli spazi decisionali politici, non possono possedere la terra, spesso sono vittime di violenza sistematica e di tratta. La crescita economica e la riduzione della povertà quindi devono essere correlate con azioni di contrasto alla discriminazione e con politiche attive (affirmative action) di inclusione legate a tutte le sfere della società (professionale, sociale, di rappresentanza, all’interno dei processi decisionali). INCLUSIONE E LESSICO. Negli ultimi anni si è dibattuto intorno al termine inclusione; il principio su cui si fondano le obiezioni rispetto all’uso di questa parola è che essa sembra suggerire che vi sia comunque una gerarchia implicita tra chi fa già parte di un dato gruppo (che sarebbe quindi dominante) e chi invece deve essere accettato, inserito, in qualche modo preso in esame prima di essere accolto. Per ovviare a questo sottotesto alcuni studiosi e alcune studiose propongono, invece di inclusione, la dicitura convivenza delle differenze.

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