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Cda (Consiglio di amministrazione).

Make up.

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Con questa locuzione si intende in generale la categoria di  cosmetici dedicati al trucco, cioè a colorare, correggere e abbellire il volto (prevalentemente femminile). Nella società occidentale (a differenza di molte altre) la decorazione del viso è per lo più femminile, e la differenza si è accentuata durante cosiddetta  great male renunciation (fino alla fine dell’Ancien régime anche gli uomini si incipriavano e nell’antichità le classi nobili o facoltose di molti popoli si truccavano, perché il make up è sempre stato un prodotto costoso e quindi indicatore di status). Nel xx secolo il make up è entrato nei consumi di massa: molti prodotti si sono diffusi per imitazione delle star del cinema, con la promozione del glamour, di modelli estetici molto standardizzati (p. es. la   donna crisi o la   maggiorata) e dell’industria della bellezza promossa dai   media, con l’idea che finalmente la bellezza fosse alla portata di tutte (celebre lo slogan di Helena Rubinstein, secondo cui «non esistono donne brutte, esistono solo donne pigre»), e che fosse possibile raggiungerla o almeno, tramite il make up, fingerla. Il make up è stato per lungo tempo non solo un indicatore di censo, ma anche uno strumento di appartenenza etnica: solo negli ultimi anni infatti di sono diffuse nei Paesi occidentali linee per le donne con la pelle più scura e per i capelli afro (cfr.   nappy), e comunque permangono spesso di non facile reperibilità, elementi che mostrano un default culturale di tipo razzista e occidentocentrico (cfr. anche  skin whitening). MAKE UP E GIUDIZIO MORALE. Con l’avvento del make up, alle donne viene sottratta qualsiasi “scusa” per non occuparsi del proprio aspetto; il make up appare come un requisito irrinunciabile per essere considerate donne “curate”, in ordine, non sciatte (quindi valutate come adeguate secondo i criteri del   male gaze); tuttavia, poiché il make up tradizionalmente è stato adottato dalle attrici, dalle prostitute, dalle  demi mondaines, rimane comunque una forma di stigmatizzazione rispetto a queste figure e una spinta moralizzatrice secondo la quale le donne dovrebbero essere  acqua e sapone, ma al contempo anche corrispondere al modello estetico prescritto. Questo ha generato, come in altri ambiti (p. es. l’  abbigliamento) un continuo esame (amplificato dai  media) del modo “giusto” di truccarsi: che non sia eccessivo (per non incorrere nello  slut shaming) ma nemmeno troppo poco (per non essere sciatte), dando vita a una narrazione giudicante che non di rado sfocia nell’  hate speech (discorsi d’odio). Il make up è anche uno strumento di standardizzazione del viso; il paradosso consiste nel tentativo di ottenere un aspetto gradevole e naturale, socialmente accettato, attraverso uno strumento artificiale che la società dell’immagine ritiene al contempo essenziale e ingannevole.

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