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Cda (Consiglio di amministrazione).

Sport.

Adottato da parola donata a Patrizia Lombardi, per il grande lavoro di divulgazione della storia della zia Lella Lombardi

La discriminazione di genere nello sport è di lunghissima data. Non solo per moltissimi secoli alle donne fu vietato l’esercizio dello sport (le olimpiadi classiche erano rivolte solo agli uomini, anche se lo sport femminile era previsto in altre forme), ma anche quando iniziarono a esercitare le diverse attività sportive, le donne furono spesso ostacolate, relegate ai margini delle discipline. In parte la ragione è da attribuirsi all’ideale romantico dell’ eterno femminino, per cui la donna era considerata un essere fragile, languido, malfunzionante (sesso debole). La maggior parte dei circoli sportivi (canottieri, squadre di calcio, corsa, ciclismo ecc.) era riservata agli uomini e solo di recente in Italia i circoli sportivi anche storici si sono aperti alle donne (p. es. La Reale Società Canottieri Cerea, il primo circolo canottieri d’Italia, fondato nel 1863, ha aperto le porte alle donne come socie nel 2013, dopo 150 anni di attività, e solo a seguito dell’intervento del Comune di Torino). Durante il fascismo la necessità di conciliare l’idea della madre prolifica dedita al focolare domestico con l’idea performante di salute fisica della fattrice promossa dal regime spinse la dirigenza a promuovere l’attività sportiva (cosa che fecero anche il nazionalsocialismo e altri regimi), usando lo sport come mezzo di indottrinamento e irregimentazione, anche se questo non doveva «distogliere la donna dalla sua missione naturale e fondamentale: la maternità» (come definito nel 1930 dal Gran Consiglio del fascismo, che dà mandato al presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (coni) di fissare e definire l’attività sportiva femminile). Tuttavia la resistenza rispetto all’esercizio dello sport femminile continuò a permanere, tanto più che lo stesso Pierre de Coubertin, fondatore delle olimpiadi moderne, aveva ribadito in più occasioni il suo rigetto dello sport femminile: fu Alice Milliat, fondatrice nel 1921 della Federazione sportiva femminile internazionale, a opporsi all’idea di de Coubertin di una partecipazione femminile solo ancillare (secondo cui il ruolo delle donne era quello di incoronare i vincitori, gesto antenato delle podium girl che ancora oggi costellano tante gare sportive ritenute maschili, come le competizioni in automobile o la boxe, il wrestling ecc.; cfr. ancillarità) e riuscì a inserire le donne nell’alveo dello sport agonistico. Nel 1922 e nel 1926 furono organizzati i Giochi mondiali femminili ed ebbero un grandissimo successo, tanto che il Comitato olimpico si vide costretto ad ammettere le atletesse (così definite in senso dispregiativo) ai Giochi di Amsterdam tenutisi nel 1928. Tuttavia il pregiudizio legato allo sport femminile e il conseguente sbilanciamento nelle pratiche sportive è tale che la partecipazione di un pari numero di atleti e di atlete alle Olimpiadi si è ottenuta per la prima volta solo nel 2024. Questo risultato si è ottenuto anche grazie allo sforzo negli anni da parte di atlete che hanno lottato per gareggiare in discipline precluse alle donne. Alcuni esempi: Roberta Louise “Bobbi” Gibb che nel 1966 ha corso la maratona di Boston (l’iscrizione non era consentita alle donne), seguita nel 1967 da Kathrine Virginia Switzer, anche lei iscritta di nascosto, e che nel frattempo era entrata nella squadra maschile di hockey su prato (per questo ricevette persino lettere minatorie); Alfonsina Strada (Alfonsa Rosa Maria Morini) si allena in bicicletta e diventa la prima e tutt’ora unica donna ad aver partecipato al Giro d’Italia insieme agli uomini; Billie Jean King, tennista che batté il tennista Bobby Riggs in una sfida chiamata Battaglia dei sessi in cui quest’ultimo voleva dimostrare l’inferiorità atletica delle donne (guerra dei sessi) e così via. Grazie a moltissime atlete che hanno gareggiato in tutti i tipi di competizioni, anche il pregiudizio secondo il quale il corpo femminile non sarebbe stato adatto dal punto di vista medico a sostenere lo sforzo sportivo è stato definitivamente sfatato; tuttavia nello sport esistono ancora molte forme di discriminazione di genere. SVALUTAZIONE DELLE PERFORMANCE. Nello sport è radicata una sistematica svalutazione delle performance delle atlete, che non vengono mai considerate abbastanza brave, atletiche, performanti ecc. Inoltre (sempre secondo la vulgata) non sarebbero abbastanza spettacolari e non frutterebbero gli incassi che fruttano gli uomini (ragione che talvolta viene addotta per giustificare la disparità di riconoscimento economico tra uomini e donne che praticano lo stesso sport allo stesso livello, cfr. anche gender pay gap). Anche su questo punto sono evidenti i progressi; è noto p. es. il caso della cestista Caitlin Clark, le cui partite secondo l’espn (la rete sportiva americana più importante) sono in assoluto le più seguite della stagione del basket, e diverse atlete (p. es. la tennista Serena Williams, la ginnasta Simone Biles ecc.) stanno contribuendo a riscrivere le regole dello spettacolo sportivo e delle performance delle atlete. PROFESSIONISMO E DILETTANTISMO. Come in molti altri settori lavorativi, anche nello sport sono presenti grandi differenze di compenso; in parte questo è dovuto al fatto che in molti Paesi il professionismo è riconosciuto solo agli uomini, mentre le donne sono mantenute nella categoria dilettanti. In Italia, prima della riforma del lavoro sportivo del 2021, le atlete erano inquadrate come dilettanti, anche quelle di alto livello, e la qualifica di professionisti era limitata ai settori maschili di pochi sport (calcio, basket ciclismo e golf). Tuttavia la riforma apre il settore del professionismo alle donne solo riguardo al calcio di serie A e al golf. Questo ha delle conseguenze sulla tutela delle lavoratrici, giacché non comporta solo una disparità retributiva a parità di prestazioni e allenamenti, ma impedisce anche il diritto alla maternità o alla pensione: dato che lo sport praticato dalle donne non è ritenuto un lavoro, ne consegue che non possono essere esercitate le tutele garantite da un contratto di tipo professionale. DISCIPLINE “MASCHILI”, DISCIPLINE “FEMMINILI”: SPORT E SEGREGAZIONE DI GENERE. La segregazione di genere riguarda anche le discipline sportive: alcuni sport, come quelli di contatto, sono stati ritenuti prettamente maschili; altri, come il nuoto sincronizzato (sincronetta) o la ginnastica artistica, prettamente femminili. Questa divisione disciplinare è la conseguenza di uno stereotipo di genere che attribuisce alle donne caratteristiche quali leggerezza, grazia, flessibilità, eleganza (virtù femminili) e agli uomini caratteristiche quali forza fisica, possanza, massa muscolare, aggressività. Per molto tempo la medicina ha ritenuto che il corpo femminile fosse troppo fragile per alcuni sport; inoltre alcune discipline sono state vietate alle donne perché si riteneva che avrebbero potuto rovinare l’estetica del corpo femminile e la sua attrattività erotica (cfr. più oltre), come accaduto anche in ambito musicale (in cui alcuni strumenti musicali, come la tromba o il sassofono, non venivano insegnati alle donne, mentre ne venivano insegnati altri come l’arpa che, pur essendo uno strumento pesante e faticoso, corrisponde a un’estetica graziosa ed elegante attribuita alle donne; cfr. anche direttrice d’orchestra). SPORT, CORPO E SESSUALIZZAZIONE. Il giudizio sul corpo femminile nello sport è severo come in tutti gli altri contesti legati al giudizio sulle donne. Le atlete sono giudicate aspramente per il loro aspetto, specialmente se sono ritenute “troppo muscolose per essere delle donne” (muscoli); si pensi p. es. al body shaming e all’ hate speech (discorsi d’odio) attuati nei confronti di Serena Williams, una delle più grandi tenniste di tutti i tempi, rispetto al fatto che fosse troppo muscolosa: ma nessuno ha mai criticato p. es. il grande atleta Jury Chechi per le sue proporzioni tra muscolatura e statura (è alto 1,62): come se non bastasse o non servisse avere un corpo che funziona perfettamente e compie dei gesti atletici eccezionali, ma fosse indispensabile innanzitutto soddisfare l’estetica maschile (male gaze) e rientrare nel canone imposto rispetto alla conformità del corpo femminile. Il corpo delle atlete spesso è sessualizzato, non solo nei commenti dei cronisti sportivi, ma anche nelle inquadrature dei cameraman e nel modo in cui sono disegnate le divise sportive: a questo proposito stanno aumentando le proteste da parte delle atlete e le richieste di adeguare le divise alle necessità dello sport, anche in seguito ad alcuni episodi come quello delle pallamaniste norvegesi che nel 2021 sono state multate per aver sostituito i classici bikini con dei pantaloncini più lunghi e meno aderenti, fino alle polemiche per le divise bianche e troppo succinte, poco comode per praticare sport. Sembra così che l’esposizione del corpo da parte delle donne sia inscindibile dalla dimensione sessualizzata. SPORT FEMMINILE E MEDIA. Lo sport femminile sconta una rappresentazione sessualizzata anche tramite i media: la narrazione mediatica legata allo sport tende a sminuire le performance delle atlete, adottando comportamenti che rientrano nel cosiddetto sessismo benevolo, p. es. usando solo il nome delle atlete e non il cognome (p. es. Jasmine per Jasmine Paolini, ma Sinner per Jannik Sinner), infantilizzandole, valorizzando prima gli altri ruoli che rivestono nella vita in relazione a un uomo (moglie, mamma), titolando gli articoli con toni paternalisti che sottolineano l’aspetto fisico, il sorriso, la simpatia, la bellezza, piuttosto che la prestazione sportiva, trattando le discipline femminili come discipline di seconda categoria: il calcio è per definizione quello maschile, per cui non viene specificato esplicitamente che è maschile quando sono gli uomini a praticarlo, mentre se le giocatrici sono donne, si specifica “calcio femminile”. GENDER TESTING, TRANSVESTIGATION. Dalla rigida suddivisione tra uomini e donne nelle discipline sportive discende la difficoltà nel collocare le persone intersessuali o trans in una delle due categorie. Questo ha generato spesso delle polemiche, perché le persone intersessuali o donne trans che gareggiano nelle categorie femminili vengono accusate di avere un vantaggio rispetto alle altre atlete, quindi si assume che i risultati non potranno che essere iniqui. Un tentativo per ovviare a queste criticità è la possibilità di eseguire il gender testing, il “test del genere” (noto anche come sex testing, gender verification o gender determination), cioè un’indagine medica atta a stabilire il sesso di una persona che pratica sport allo scopo di certificare se può gareggiare nelle competizioni maschili o femminili. Il test del sesso è diventato via via più frequente per l’individuazione della categoria adatta per le persone trans, tipicamente nelle categorie femminili, perché sono quelle in cui ci sarebbe un vantaggio competitivo nell’avere più testosterone. L’abitudine iniziò negli anni Quaranta del xx secolo, quando si iniziarono a produrre dei “certificati di femminilità”, che poi si sono evoluti in test cromosomici, analisi del testosterone ecc. Questi test di fatto hanno escluso le persone intersessuali dagli sport femminili. Alla fine del xx secolo gli organi di controllo dello sport hanno sostituito i test sui cromosomi con quelli ormonali, perché la biologia umana presenta variazioni tali da poter considerare il sesso un continuum tra il maschile e il femminile, impedendo talvolta di identificare un soggetto come esclusivamente maschile o femminile. Tuttavia si registrano casi in cui delle donne avevano un un tasso di testosterone più alto della media (iperandrogenismo) e sono state costrette a intraprendere battaglie legali perché secondo il test ormonale non potevano gareggiare nella categoria femminile. A queste polemiche si aggiunge la cosiddetta transvestigation, cioè l’indagine discriminatoria che viene condotta a livello informale per cercare di capire se quella data atleta sia segretamente trans (p. es. valutandone l’aspetto, la struttura anatomica ecc.). L’idea che sottende questo comportamento discriminatorio viene dall’ipotesi che le persone trans o intersessuali siano in realtà degli uomini che si fingono donne per ottenere dei vantaggi competitivi. Questo approccio, viziato dal binarismo di genere, discrimina le persone che non si adeguano alla struttura semplificata maschio / femmina, ma è anche transfobico (omofobia), perché ha l’obiettivo di impedire alle persone trans e intersessuali di partecipare alle competizioni sportive. Spesso questi atteggiamenti discriminatori si accompagnano con il razzismo, insito nel fatto che nella maggior parte dei casi sono le donne razzializzate a essere indagate, con l’invasività, perché si concentra nello specifico sui genitali e sulla storia clinica delle persone messe sotto indagine, e con la misoginia, perché sottintende che mentre gli uomini hanno il potenziale per raggiungere progressi sportivi illimitati, se le donne raggiungono dei record atletici è perché segretamente sono degli uomini o hanno comunque una struttura fisica, ormonale o di altro tipo che non appartiene tipicamente alle donne, che sarebbero quindi “naturalmente” inferiori.

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