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Cda (Consiglio di amministrazione).

Mansplaining (minchiarimento).

Adottato da Luisella Fassino

Neologismo anglofono coniato da Rebecca Solnit nel 2008 e composto dalla fusione delle parole man (“uomo”) e to explain (“spiegare”), che indica la convinzione, da parte di alcuni uomini (appunto i mansplainer), di essere a priori più competenti delle donne che hanno di fronte, alle quali si rivolgono con atteggiamento condiscendente nel fornire spiegazioni non richieste, senza contemplare la possibilità che l’interlocutrice possa saperne quanto o più di loro. Viene a volte definito come un eccesso di sicurezza nonostante la mancanza di competenze. In italiano è tradotto con minchiarimento, crasi di minchia e chiarimento. Il mansplaining getta le sue radici nel  paternalismo, nel  sessismo benevolo e nella convinzione maschilista (più o meno consapevole) di essere superiori e di dover “guidare” le donne perché queste sarebbero poco istruite e incapaci di autonomia e  autodeterminazione, nonché nell’idea che l’  autorità e la competenza, specie in ambiti complessi, siano peculiarità degli uomini, arrivando al paradosso per cui molto spesso sono questi (magari durante  manel) a prendere decisioni e a parlare per conto delle donne: celebre p. es. il caso del teologo Lyman Abbott, che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nonostante la presenza crescente delle  suffragiste continuava a dichiarare che le donne non volevano realmente il  diritto di voto, e ancora si verifica questo atteggiamento p. es. nel caso dell’  interruzione di gravidanza. Insieme al  manterrupting, cioè all’abitudine da parte di molti uomini di interrompere le donne che parlano, questo comportamento riguarda l’attitudine da parte di alcuni uomini nell’occupare in modo coercitivo lo  spazio pubblico non solo fisico (come nel caso del  manspreading), ma anche metaforico. 

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